La Fenice

 

È mezzogiorno all’ingresso del bar dove anni fa un anziano dell’Est batteva tutti i suoi avversari del dopoguerra a scacchi. Ora a quella stessa tavola imbandita di posaceneri, salumi e vino, sono seduti sui loro troni giovani principi e principesse di una storia nuova, celebrante l’inizio di spettacoli e festival di musica a Effetto K, in un piccolo borgo al sorgere del caldo estivo.

C’era una volta…

C’era una volta quando noi non c’eravamo. La dimora della fenice era sepolta dalla polvere, impressa in fotografie di sogni di libertà, dimenticata dai burocrati di reami e vassalli.

C’è ora, tra i vetri vibranti melodie, voci spezzate da applausi di stupore, giochi di ombre e candele di un passato rigenerato. Non è iniziato un anno fa quel viaggio così bramato, così desiderato e visto nascere aprendo una porta nel buio. Stanze senza lampadine, comignoli lasciati alla colonizzazione di giovani rondini in primavera, scaloni con controsoffitti che paiono galeoni di contrabbando rovesciati; passaggi di una Berlino Est decadente, finestre circondate da giardini segreti lasciati alle rose più belle di una valle nel mondo, e bagni da far invidia agli scenografi di Kubrick.

Quei ragazzi seduti al bar ci sfidano a una partita contro un solo avversario, la paura, quella di una generazione con la visuale eclissata sul proprio potenziale. Al ritmo di pennellate sui quadri, riprese iconoclaste della storia artistica e rituali sciamanici, percorriamo a suon di tamburi la via dell’immaginario personale: composizioni con il tombolo di donne adornate da merletti e ricami rosso sangue, recitazioni improvvisate di strambi personaggi, mostre di insetti di plastica trasformati in oggetti femminili, battaglie per la sopravvivenza al vibrar di aghi sulla pelle nuda.

C’ero anch’io quella volta…

C’ero anch’io quella volta a togliere le gocce di vernice dai pavimenti, a cercare un modo per tenere in parallelo delle fotografie appese, a mettere le fascine sulle sedie, a riempirmi di pizza alle quattro di notte. C’ero anch’io perché quegli occhi brillavano, gioivano delle proprie vite, avevano trovato il loro spazio, avevano la forza di riunire anime dai quattro punti cardinali e provare che è possibile vedere la meraviglia nelle scatole di cartone, in una piazza di pagine bianche e a colori, in una camminata a udire gli ululati nei boschi…

C’era una volta, c’è ora Casermarcheologica, We.Story 2018…

…e ci sono anch’io, nella mia lontananza che non è mai distanza.

 

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