L’importanza di chiamarsi Ernest

Quando lui si svegliò si chiese dove fosse, non si spaventò, poi si ricordò come era arrivato lì: con il passaggio di un camionista, l’auto si era rotta, era andata bene che non avesse preso fuoco dal caldo che emanava e da quello che il sole proiettava con tutta la sua potenza non avendo la barriera dell’ozono sulla testa, sarebbe dovuto tornare o almeno chiamare il carro attrezzi, in quel deserto rosso mattone, non c’era nulla per kilometri indietro e non ci sarebbe stato nulla per kilometri avanti eccetto quel motel dove si trovava. Era partito così, con uno zaino, a 26 anni, la fidanzatina secolare gli aveva detto il no che avrebbe cambiato tutto. Quando gli arrivò quella negazione si alzò, senza dire una parola, tornò nella loro casa, prese lo zaino, il passaporto, lasciò tutto il resto, vestiti, foto, PC, quell’odioso lavoro in quell’ufficio grigio, grigio, sempre grigio -oggi se ci ripensa non sa bene nemmeno a cosa servisse stare su quella sedia- tornò dai suoi, stette lì una settimana, il tempo per il visto e il volo, i soldi li aveva, li aveva risparmiati, era una vita che risparmiava, un dollaro al giorno da quando aveva iniziato. Si era sempre sentito una persona responsabile, sempre responsabile verso gli altri, le opinioni, le aspettative, poi quel no. Oggi ringrazia quel no, e pensare che tale rivoluzione aveva dato inizio a un cortocircuito delle sinapsi, crollo nervoso di un nanosecondo. Perché fare quello che stava facendo? Perché lo voleva? Poi la domanda: cosa voglio? COSA VOGLIO? Porca puttana, quanto gli fece paura, i brividi, i peli si rizzarono dai reni alle braccia: io cosa voglio?

 

Da qui parte una mia riflessione, perché non per forza si cambia quando le cose vanno come non si vorrebbe, è una domanda che ci si pone poco spesso, o perlomeno io non me la ponevo più di tanto, credevo che la mia massima aspirazione fosse aiutare gli altri, ma sinceramente non lo volevo io, altri volevano che lo facessi perché in una certa maniera mi ero aggrappata a una mano ed era inconcepibile lasciarla, questo mi ha fritto e soffritto il cervello per un lungo periodo, forse ancora sta lì nell’olio. E ogni tanto sale il senso di colpa perché avrei potuto cambiare ciò che facevo se avessi trovato chi o cosa lo faceva meglio e seguire quello, l’unica change che potevo permettermi -questa frase l’ho sentita troppo spesso, i miei timpani si sono accordati con questo mantra mentale-. Rileggendo mi sento spaventata perché la paura di esagerare è forte, ma anche se cancellassi queste lettere digitali i conati di buttar verso l’esterno resterebbero lì a pesarmi nel petto, allora fuori tutto! Come in qualche supermercato. Mi dispiace aver sprecato così tanto tempo, arrivando alla delusione totale di me stessa e di tutto quello che fin da piccola vedevo e sentivo, molto deludente. Inibirsi non fa bene per niente, si scoppia e si schizza schizzi di colori che per lo più  restano indelebili sottopelle.

Vedo che sono sempre stata una persona che difficilmente veniva compresa, reazioni forti, data per menefreghista, quando questa parola più mi si diceva più mi induriva verso l’esterno, ormai non posso costruire un altro muro, non c’arrivo con le mani, perché prima devo distruggere questa corazzata potionki. Sto smettendo di dispiacermi per come sono, sto smettendo di non credere che non devo o non posso, sono ai tropici, mai lo avrei creduto. Sto smettendo di dover rendere felici o orgogliosi gli altri, sono dove sono perché non c’è cosa più bella che inseguire l’eco della propria voce, del proprio battito.

Sono tante le cose che non ci stanno bene, sono troppe le vite che ugualmente a noi vorrebbero potersi librare e liberarsi da situazioni più angoscianti. Rendo giustizia provandoci, perché poco importa la “fortuna” con cui si nasce, è importante smettere di odiare, nemmeno imparare ad amare, Gesù se è esistito è già esistito. Smettere di sentirsi avvelenati e sputare veleno. A tanti piace essere cattivi, neanche se ne accorgono. Se si smettesse di essere cattivi…se si iniziasse a essere onesti.