Da Ulassai a Sansepolcro, arte e relazione. 

A cura di Marco Peri

Dal 10 ottobre 2026 al 30 gennaio 2027

Progetto sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Firenze

Comunicato stampa

Marco Peri , Direttore Stazione dell’Arte, Ulassai 

La Stazione dell’Arte è un museo dedicato all’arte contemporanea che si trova a  Ulassai, nel centro della Sardegna, paese natale dell’artista Maria Lai. Dopo un percorso umano e artistico che l’ha portata a formarsi e vivere tra  Venezia e Roma, l’artista ha scelto di tornare nella sua terra e di donare alla  comunità un importante nucleo di opere, testimonianza di oltre sessant’anni di  ricerca e sperimentazione.

Ulassai è il luogo in cui Maria Lai è nata nel 1919, ma è anche il luogo in cui ha  realizzato quella che considerava una delle sue opere più importanti:  Legarsi alla  montagna. 

Nel settembre del 1981 un lungo nastro celeste attraversò il paese, legando  simbolicamente case e persone per poi raggiungere la montagna sovrastante.  Bambini, adulti e anziani furono coinvolti in un’azione collettiva che, partendo da  un’antica leggenda popolare, trasformò lo spazio quotidiano del paese in un  luogo di partecipazione e creazione condivisa.

Quell’esperienza fu la scintilla di uno dei più significativi processi di rigenerazione  culturale della Sardegna. La sua eredità va oltre il ricordo di chi vi partecipò:  Legarsi alla montagna continua a mostrare come l’arte possa diventare una forza  generativa, capace di attivare nuove possibilità.

Con Maria Lai, l’arte contemporanea assunse a Ulassai una dimensione pubblica  e comunitaria, mettendo in gioco la ricerca artistica con il paesaggio, la memoria  e la vita del paese.

A distanza di oltre quarant’anni, quell’intuizione continua a produrre effetti. Ulassai  ospita oggi due musei dedicati all’arte contemporanea: la Stazione dell’Arte,  aperta nel 2006 negli spazi di un’antica stazione ferroviaria dismessa, e il CaMuC,  una dimora storica nel centro del paese trasformata nel 2024 in uno spazio  contemporaneo dedicato alle arti. Le due strutture accolgono ogni anno un  pubblico nazionale e internazionale, contribuendo a fare di Ulassai una meta  riconosciuta del turismo culturale.

L’esperienza di Legarsi alla montagna non rimase un episodio isolato. 

Negli anni  successivi Maria Lai invitò a Ulassai altri artisti, molti legati a lei da rapporti di  amicizia e confronto intellettuale, chiedendo loro di realizzare interventi nel  territorio e nel centro abitato, a contatto con il paesaggio e con le persone. Quelle esperienze possono essere rilette oggi come pratiche prossime alla logica  della residenza artistica: occasioni nelle quali l’artista era chiamato a misurarsi non soltanto con la produzione di un’opera, ma con un luogo, la sua storia, le sue  stratificazioni e la comunità che lo abitava.

Maria Lai aveva intuito quanto lo scambio, la relazione e la contaminazione  potessero diventare parte del processo creativo stesso. L’artista non arriva in un  luogo per collocarvi qualcosa già pensato altrove: lo attraversa, lo osserva, entra  in relazione con le persone. Il tempo della permanenza diventa così parte  integrante del lavoro.

È proprio questa dimensione a rendere significativo, per la Fondazione Stazione  dell’Arte, il dialogo con CasermaArcheologica e la possibilità di offrire a Daniela  Frongia e Salvatore Delogu un periodo di residenza a Sansepolcro: non un  semplice spostamento geografico dalla Sardegna alla Toscana, ma un’occasione di confronto tra territori, esperienze e comunità differenti.

Daniela Frongia e Salvatore Delogu hanno biografie, linguaggi e modalità  espressive diverse, ma condividono una tensione verso la ricerca e la necessità di  confrontarsi direttamente con la materia. Nei loro percorsi il fare non è la fase  esecutiva di un’idea, ma uno strumento di conoscenza: un processo attraverso cui memoria, racconto e materia vengono interrogati, trasformati e restituiti in forma  visiva.

Entrambi attingono a un patrimonio di immagini, gesti, materiali e memorie senza  assumere la tradizione come qualcosa di immobile da conservare o riprodurre; al  contrario, la attraversano e la rielaborano in relazione con il presente. La materia,  nei loro lavori, non è mai neutra: porta con sé tracce, resistenze, stratificazioni e possibilità.

Li accomuna inoltre una sensibilità capace di entrare in dialogo con lo spazio e  con lo sguardo di chi incontra le opere: la dimensione contemplativa dell’oggetto  artistico lascia spazio alla ricerca di una relazione, tra opera e ambiente, tra artista e pubblico.

Per questo le opere che nasceranno dalla residenza a CasermaArcheologica non  possono essere immaginate interamente in anticipo. Non si tratta di trasferire a  Sansepolcro un progetto definito altrove, né di costruire una mostra prima ancora  di aver vissuto il luogo. Gli interventi site-specific saranno l’esito di un processo di  ascolto degli spazi e delle loro stratificazioni storiche, delle persone incontrate e  dei racconti che emergeranno durante il periodo di permanenza.

È un atteggiamento che ritroviamo nella stessa esperienza di Maria Lai: sentire un  luogo prima di intervenire su di esso, lasciare che l’opera nasca nel suo farsi.

La mostra finale potrà essere letta come traccia visibile di un processo, ciò che  resta di un tempo trascorso in questo luogo e degli incontri avvenuti. 

Uno spazio di  possibilità per continuare, in forme nuove e contemporanee, quella ricerca sul  rapporto tra arte, luoghi e comunità che da Ulassai a Sansepolcro continua a  generare occasioni di stupore.

Due pratiche in relazione: poetiche degli artisti in residenza 

Daniela Frongia. Tessere lo spazio 

La ricerca di Daniela Frongia nasce da un rapporto profondo con la materia e  con il tempo necessario alla sua trasformazione. L’artista ha eletto nel filo e nella  tessitura un linguaggio privilegiato, senza tuttavia assumere la tradizione tessile  come repertorio formale da riprodurre. Al contrario, ne libera gli elementi  fondamentali – trama, intreccio, nodo, ripetizione – per portarli oltre il telaio e  trasformarli in strutture plastiche e ambientali.

Nelle sue opere il filo è insieme materia e relazione. Si tende nello spazio,  attraversa superfici, occupa vuoti, mette in comunicazione punti distanti. 

Le trame diventano architetture leggere, organismi mobili e talvolta attraversabili, capaci di modificare la percezione del luogo che le accoglie.

Anche la scelta dei materiali appartiene pienamente alla poetica dell’artista.  Daniela Frongia coltiva personalmente lino e cotone e utilizza lana sarda. 

La  lentezza dei gesti ripetuti – avvolgere, annodare, intrecciare – diventa a sua volta  parte dell’opera: il tempo del fare si rende visibile nella forma.

È forse proprio in questa tensione tra fragilità e resistenza, pieno e vuoto, rigidità e  morbidezza che si riconosce uno degli aspetti più interessanti della sua ricerca. Il  filo, apparentemente debole, acquista forza attraverso la relazione con altri fili;  l’opera non si impone sullo spazio, ma si innesta, lo ascolta e lo modifica.

Salvatore Delogu. Forme in transito 

Il progetto artistico di Salvatore Delogu si sviluppa intorno alla scultura come  pratica concreta di trasformazione della materia. Cresciuto in un contesto  familiare legato all’artigianato artistico dell’oreficeria, ha orientato  progressivamente il proprio lavoro verso una dimensione scultorea. 

L’origine  rimane riconoscibile nell’attenzione al fare manuale, alla costruzione e alla  capacità di portare materiali apparentemente distanti verso nuove possibilità  formali.

Ferro, terra, cemento diventano nelle sue mani materiali narrativi. Salvatore  Delogu ne asseconda qualità, resistenze e imperfezioni, lasciando che la superficie conservi il segno della lavorazione e del tempo. Nelle opere più legate al metallo, le lastre vengono piegate e modellate fino ad assumere un carattere quasi  archeologico. La conoscenza delle tecniche artigianali viene così sottratta alla  semplice funzione esecutiva e diventa strumento di sperimentazione  contemporanea.

Nella ricerca di Salvatore Delogu convivono dimensioni apparentemente  opposte: la solidità dei materiali e la precarietà delle figure, il peso della materia e  l’idea del movimento. L’opera diventa il punto nel quale queste tensioni trovano  temporaneamente una forma.

Bio degli artisti

Daniela Frongia (1981) vive e lavora a San Gavino Monreale. Conseguito il diploma presso l’Istituto Statale d’Arte “Carlo Contini” di Oristano, matura la propria formazione all’Accademia di Belle Arti di Firenze, dove si laurea in Scenografia e Storia dell’Arte Contemporanea. Il linguaggio espressivo di riferimento della Frongia è la fiber-art, declinata attraverso performance, installazioni intra ed extra muros, videoarte e fotografia. Le sue opere fanno parte di collezioni pubbliche e private. Ha all’attivo numerosi premi e mostre, collettive e personali, in ambito nazionale e internazionale, si ricordano: “Il significato dell’opera” – Biennale Arte Contemporanea di Ulassai, Ulassai (2026), De filo“, Linificio e Canapifico Nazionale, Villa D’Almè (2023); “Un altro luogo“, Organica – Museo di arte ambientale nel parco del Limbara – Spazio CEDAP, Tempio Pausania (2022); “Bianco e Nero“, Contemporalis, Parigi (2022); “Intrecci d’Arte a Palazzo Marliani Cicogna“, Palazzo Marliani Cicogna, Busto Arsizio (2020); “Il Ventennale. Un viaggio tra passato e futuro prossimo”, Museo MAN, Nuoro (2019).

Salvatore Delogu è un artista e orafo con una formazione nell’ambito delle arti visive e un percorso professionale sviluppato tra la pratica artistica, l’oreficeria, la didattica e la collaborazione con realtà espositive e culturali.

Dopo il diploma presso l’Istituto d’Arte Ciusa Romagna, conseguito nel 2014, prosegue la propria formazione all’Accademia di Belle Arti di Ravenna, dove consegue nel 2018 la Laurea Triennale in Arti Visive. Durante gli anni della formazione svolge diverse esperienze in ambito museale e didattico: nel 2017 effettua un tirocinio formativo presso il MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna e, nel 2018, svolge il ruolo di assistente di laboratorio di plastica ornamentale presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna.

Parallelamente alla formazione artistica sviluppa una significativa esperienza nel settore dell’oreficeria. Tra il 2018 e il 2020 lavora presso Creazioni Antonello a Nuoro, occupandosi della realizzazione di collezioni di monili in metallo, delle vendite e della gestione della merce, partecipando inoltre allo sviluppo dei prodotti del marchio e al loro continuo adattamento alle evoluzioni del mercato.

Il suo percorso espositivo prende avvio durante gli anni dell’Accademia con la partecipazione alla mostra Micromondi nel 2016 e a Visibile, Tendenze culturali contemporanee presso Artificerie Almaja a Ravenna nel 2017. Nel 2018 partecipa a Nature inquiete presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna. Successivamente espone a Nuoro con VISpresso Casa Rossi nel 2021 e, nel 2022, presenta una mostra personale a Casa Ciusa. Nello stesso anno partecipa al Festival dell’innovazione presso il Centro Polifunzionale di Nuoro e a Roma Arte in Nuvola, ospitata presso la Nuvola di Fuksas a Roma.