Il diritto al silenzio – Matteo Lucca a CasermArcheologica

Racconto di Eleonora Marangoni

Foto di Silvia Noferi

Da qualche giorno le stanze di CasermArcheologica profumano di pane, e sono il luogo in cui un gesto da qualche tempo proibito come stringersi la mano viene riscoperto, trasformato in opera e presentato in una mostra. Dal 5 al 9 ottobre, l’artista Matteo Lucca è in residenza a CasermArcheologica per condurre uno dei laboratori del ciclo « Il diritto al silenzio » (ideato da CasermArcheologica, il ciclo prende il nome da « La politica della bellezza », il testo in cui James Hillman esplorava l’esistenza di un legame insostituibile tra silenzio, immaginazione e pratica artistica).

Matteo Lucca vive e lavora a Forlì, e da oltre quindici anni lavora con i calchi in gesso: li usa come stampi, li riempie con un impasto di acqua e farina, li inforna e da loro ricava sculture di pane. Le sue opere sono figure intere o arti, corpi a grandezza naturale, ma anche volti, dettagli che al centro pongono il corpo umano e la sua naturale e millenaria relazione con la terra. L’idea di usare il pane come elemento centrale delle opere si ispira in parte alla tradizione romagnola: come ha ricordato lui stesso, quando mi ha raccontato gli inizi nel 2004, la ricetta tipica della piadina prevede l’uso di teglie di terracotta, i cosiddetti « testi ». Il pane a ogni modo è un simbolo antico, archetipico e tutt’altro che regionale. È una metafora universale di unione, incontro e condivisione, e testimonia di qualcosa di semplice e al tempo stesso insostituibile. Proprio come sono o dovrebbero essere le relazioni e gli incontri.

 

A CasermArcheologica, in questi giorni, al centro di tutto ci sono le mani. Incontri e ritratti di dita che si sfiorano e si scoprono. La stretta di mano è un gesto che in questi mesi abbiamo nostro malgrado messo da parte, imparato a evitare e a dimenticare. Il laboratorio di scultura di Lucca diventa l’occasione di riflettere sul valore di questo gesto, di riscoprirne l’importanza e forse, per la prima volta, la bellezza, sia plastica che metaforica. Come tutto quello che succede qui a CasermArcheologica, lo scopo è incontrarsi, mettersi in gioco, sperimentare e diventare parte attiva dell’arte e delle interazioni del territorio. Tre giorni di atelier a ingresso libero, con tre sessioni al giorno aperte al pubblico, e la raccolta finale delle opere in una mostra collettiva e partecipata, che inaugurerà sabato 10 ottobre. Ci si dà appuntamento nel pomeriggio in una delle grandi stanze della caserma. Molti i ragazzi (studenti tra i quattordici e i diciassette anni, guidati da Ilaria Margutti, fondatrice di CasermArcheologica insieme a Laura Caruso e insegnante di storia dell’arte) e insieme a loro degli abitanti del borgo, che « Caserma » la frequentano da sempre o l’hanno appena scoperta.

Prima di tutto, racconta Lucca, è necessario predisporsi all’incontro. Lo si fa in silenzio, camminando qualche istante senza parlarsi. Si svuota la testa, si scioglie il passo e si muovono le dita, per incoraggiare i corpi a sciogliersi, a osservarsi, a entrare in contatto l’uno con l’altro. Non ancora toccandosi, ma semplicemente scambiandosi sguardi e condividendo lo stesso spazio. Poi ci si sceglie un compagno, si va l’uno verso l’altro e ci si stringe la mano.

E tenendosi per mano si raggiunge un’altra delle stanze affrescate di Caserma, dove su una grande tavola sono disposte bottiglie d’acqua, bicchieri, ciotole piene di gesso, cucchiai, spatole e vasetti di crema per le mani. Ci si siede in coppia, o al massimo in tre, e si decide in che modo intrecciare le mani. Si mescola l’acqua al gesso, si versa il composto sulle mani in posa. Servono quindici minuti per permettere all’impasto di solidificarsi. Bisogna restare immobili, e mentre il gesso si scalda, lavora, si indurisce e si trasforma si tende a confondersi uno nell’altro, a non distinguere più le dita, l’inizio e la fine dei corpi, che si fondono in un unico gesto. Siete mai stati quindici minuti mano nella mano con uno sconosciuto? In giorni come questi un rito del genere si carica inevitabilmente di simbologie e significati ulteriori, ma è un esercizio da cui impareremmo molto anche in tempi liberi da Covid e distanziamento.

Poi, mentre gli stampi asciugano, si inizia un altro impasto. Stavolta al posto del gesso si lavora la farina, e da lì si ricava la pasta che prenderà forma delle nostre mani. Si stende, si riempie, si inforna e si aspetta. L’odore di pane si diffonde nelle stanze, e mentre si aspetta lo scambio e l’incontro continuano, prendono forma, lievitano anche loro. Una volta pronte, le sculture vengono estratte dai calchi. Se ne occupa lo stesso Lucca, con l’aria di uno speleologo alle prese con dei fossili. Lo stampo in gesso viene distrutto per permettere al modello in pane di uscire dal suo guscio, e il risultato somiglia al ritrovamento di un tempo altro che pure è presente e vivo, che vede la luce grazie a noi. È un momento delicato, pratico e al tempo stesso solenne, al quale ognuno partecipa con lo stupore di una piccola rivelazione. Per un attimo diventiamo archeologi di noi stessi, capaci di osservarci da fuori, di riconoscerci in un gesto semplice ma non scontato, che racconta l’arte come luogo di incontro e l’incontro come pratica artistica.