18, 19, 20 Settembre 2026, CasermArcheologica, Sansepolcro

WU MING 2 ha condotto un laboratorio di scrittura collettiva che è iniziato con una passeggiata con Claudio Cheribini, esperto di storia locale che ha condotto i partecipanti a scoprire Sansepolcro e alcune delle sue storie. Si è camminato, osservato, si sono presi appunti. Poi si è scritto insieme.
Il gruppo ha lavorato collettivamente, dividendosi i compiti, discutendo, ascoltando, montando frammenti di realtà dentro una narrazione comune.

Di seguito il testo,
ringraziamo tutto il gruppo che ha deciso di firmarsi collettivamente COLLETTIVO IMPRESSIONI DI SETTEMBRE.

CasermArcheologica risuona dei vostri sguardi e delle vostre parole.

___________________

Sospesa tra due mondi e tra due ere

Guccini, Bisanzio

Il 31 luglio del ‘44 a Sansepolcro nevicò. Fiocchi di calcinacci coprirono il Borgo, cancellando parte della sua identità. L’ultimo sfregio dei nazisti in ritirata. Da quel momento nella piazza Torre di Berta mancano la torre e il rintocco del suo orologio. Ma chi era Berta? Uno spettro che aleggia, legato a un palazzo che già allora non c’era più. Ne resta il nome. Quello che è stato luogo d’incontro è diventato di passaggio.

La piazza è senza targhe, mentre un’altra ne è piena, con una fontana dalla testa di leone. Una mattina su quella fontana è apparsa una scritta con la bomboletta: FICA. Nera, in stampatello, eliminata il giorno stesso nello sdegno generale.

Poco più in là, il monumento alla Merlettaia recita “Alla donna, alle tradizioni”, ma prima di mettere a fuoco il ricatto la coltre della nostalgia annebbia lo sguardo.

Cosa fa di una città una città?

La vediamo mediata da occhi altrui. Solchiamo insieme il selciato del centro racchiuso dalle mura, che si sovrappone alle geometrie del disegno urbano.

La Sansepolcro nascosta è colorata di rosso, quella in vista è colorata di beige. I vuoti urbani sono verdi e rigogliosi. Tanti tigli, tanti platani, alcuni ippocastani, un gelso, tre magnolie. Le strade interne sono silenziose, delimitate da case a due piani, le torri sono basse, le persiane chiuse. Incontriamo pochi turisti e nessun negozio di souvenir.

È molto presente l’assenza, dalla più ingombrante alla più evanescente: manca la torre, manca la fabbrica, manca il profumo di biscotti. C’è chi dice manchi anche il futuro.

Il tempo addensa l’aria, disgrega l’acqua che cade dal cielo, esclude il suolo. Troviamo riparo dalla pioggia al centro commerciale, nato sulle ceneri dello stabilimento Buitoni. Vetri a specchio, mura grigie, corridoi e bar tristi, vegetazione di plastica e piante in vaso, vano tentativo di evocare l’aria aperta. Un uomo con la t-shirt “Lotto” (non “Buitoni”, almeno quella) e un tuppé si avvicina incuriosito: è uscito dal gruppo dei suoi amici per origliare i nostri discorsi.

Non tutti sapevamo che la Buitoni, che con la sua pasta ha sfamato mezza nazione, fosse un’azienda di Sansepolcro; del resto il grano qui non viene coltivato. Alcuni conoscevano l’industria del tabacco che occupa spazi imponenti per l’essiccazione: chi vive vicino ai magazzini racconta che fumano dal tetto.

La città è stata modellata, nella parte moderna, da un’idea imprenditoriale, i suoi ritmi sono stati scanditi dalla fabbrica così come i legami fra gli operai e le loro famiglie. La presenza di un’industria ingombrante fa nascere curiose similitudini fra città. La campana che annunciava l’uscita dalla Buitoni ha evocato a qualcuno la sirena dell’acciaieria che, da quasi due secoli, informa Terni che è mezzogiorno. L’egemonia della fabbrica sulla comunità si rivede nei nomi delle vie e delle piazze: Gio Batta, Giovanni, il sor Marco Buitoni. Ci ha sorpreso che nessuno di loro si chiamasse Piero. Ma evidentemente qui ci può essere un solo Piero.

Una comunità rimane legata alla storia di quella che l’ha preceduta, anche se non ne ha memoria diretta. Sansepolcro sembra vivere un tempo sospeso, dopo aver perduto la compattezza di una città-fabbrica di piccole dimensioni. Una prospettiva che ha iniziato a dissolversi, insieme alle fortune della famiglia che aveva trasformato le proprie intuizioni nell’impresa che ha dato lavoro e sicurezza economica a buona parte della popolazione locale.

Una delle tante disfatte del capitalismo italiano: soldi sprecati in liti tra sorelle e fratelli, cugini e nipoti che si fanno concorrenza per dispetto. Buitoni 1, 2 e 3 per poi regalare tutto alla Nestlé.

Alla stazione dismessa l’unico passaggio garantito è quello del caffè al bar o della canna tra i ragazzi. I treni non si fermano né vanno oltre, ma c’è chi giura di aver visto delle locomotive scaricare tabacco.

Ci fermiamo poi, quasi per caso, a un incrocio all’apparenza anonimo. È dove facciamo i discorsi più sinceri, dove forse ci riconosciamo come gruppo, fuori da quelle mura che spingono ancora a raccontare il potere. Una macchina ci sgomma a fianco e due ragazzi urlano una bestemmia. È l’unico punto da cui intravediamo il profilo delle montagne.

Sotto i piedi il fantasma di una torre, nelle orecchie le campane, al naso un ricordo di vaniglia, sulle labbra il gusto di un caffè bevuto al bar della stazione che non c’è. Abbiamo intuito, forse, il sentire di chi vive qui, con la nostalgia di una gloria passata. Una comunità che ha respirato, agito, lavorato perché il futuro garantito da quelle produzioni fosse il più duraturo possibile, ma oggi l’abitare in città sembra un privilegio riservato a chi è sopravvissuto all’intermittenza del progetto: anziani, adolescenti, ritornanti, migranti.

Sansepolcro sembra Novecento sulla passerella della nave a New York: se vai avanti perdi tutto, se torni indietro perdi tutto, ma fermo non puoi restare.

Cosa fa di una città una città?

L’abbiamo colta con i nostri occhi?

 

QUI è possibile scaricare il testo.